Nessuno sa

Vedo i miei figli come fototessere, documenti di là di un imbarco. Io il profugo, il gommone piscia acqua dai buchi e a riva non ci torno più

Nessuno sa

Nessuno sa, mi ha preso un rapitore, non è cattivo né buono, è un padre che non ho, le mani grandi s’alzano, non picchiano però ogni volta ho la stessa paura.

Provo ogni giorno a scappare, mi aiutano quelle luci vaghe dell’alba la tenda che è lei, la madre di seni e ripetuti inganni, domeniche versate e sicure, invece trottola, dentro mi fruga.

Vedo i miei figli come fototessere, documenti di là di un imbarco. Io il profugo, il gommone piscia acqua dai buchi e a riva non ci torno più.

Dove cazzo dobbiamo andare? Hai mollato il dissennato avere senso nelle cose ordinarie di giorni in fila nei grembiuli, nei carrelli che si fa: la spesa del sabato. Hai sbavato come volevi il tuo sputo battesimale sui miei arazzi. Mi fai partire così, non ho che una veste, un pugno chiuso. Non è così che si va, si parte semmai coi sogni negli occhi in mezzo come il terzo occhio degli indiani, i sogni puntati come spille, medaglie. La coppa sacra della fiducia.

Cristo santo io grido e loro vengono, sai? Mi basta che chiedo un bacio, i figli inzuppano il divano dei loro capelli sottili, sono ancora così avidi d’aria e di me. Invece il tiranno ha deciso, un giorno la madre non si è più svegliata, non servono le tende, non serve quel loro muso che s’incolla, gli orari, le risa rimbalzano come rane, io ho stagni di fanghi. Mi hai preso così, senza dirlo. Mi hai dato mille avvertimenti sparsi nei giorni negli anni come capelli bianchi, come i capelli bianchi strappavo, uno a uno.

Poi un giorno mi dici basta, mi tiri su, io scalpito, scendo, vado a incazzarmi con una gita scolastica che salta, coi visi storti di un marito che si prende tutto il mio guano, avanzo deboli scusa, come centesimi di una rapina che mi scortica. Cado. Da quelle tue braccia che non sono forti, sono solo violente. Mi trascini, allora.

Io guardo quei musi allineati. Io guardo i loro occhi belli, grido in labbra infuocate dall’infezione che mi hai messo, dal tuo contagio bastardo: voglio voi. Cristo voglio loro. Non me ne frega un cazzo se sarò a metà, se devo mordere la coda al cuore, se ho dita tagliate da una vita fittizia.
Io guardo quei musi allineati, e anche quando la gioia li scompone come puzzle destinati all’eterno.

E quando la morte è così viva io credo che sei solo rabbia, non sei la vocazione a chissà cosa, sei la punizione meschina per un amore folle.

[25 ottobre 2018 - giovedì]