È sempre questione di paura



Lo è quando sei a disagio con qualcuno, coi social, con l’idea di chiamare tua madre: è perché sei a disagio con quella te che potrebbe riportarti alla madda, a una madda, e minacciare la nuova presenza e il non-sé in germoglio, intravisto, subodorato. (Niccolò dice giustamente che hai nausea a fare cose che non vengono dal posto giusto di te: io direi che hai nausea di quelle te. Farle dal posto giusto vuol dire tornare nel cuore).


Lo è quando non hai voglia di qualcosa: in effetti, il cuore può fare tutto, non ha limiti. L’hai visto anche nei momenti di caduta ego, sebbene magari non ancora riconosciuti come tali: perfino il desiderio di spiritualità e di guardare video o leggere di spiritualità, viene meno. Li respingi. Sembra non voglia, ma sto imparando a riconoscere che sono tutte declinazioni di una medesima radice. C’è qualcosa che sentiamo minacciato, che stimola difesa. È lo stesso velo per cui inframezziamo la nostra immagine di noi, il passato, le idee ed interpretazioni alle cose. Non lo sappiamo, pensiamo sia la normalità. Ma la realtà nuda, quando togli tutto, e scendi dalla mente, ha un’intensità molto maggiore. Le cose ci piacciono quando confortano il senso di noi e le allontaniamo quando lo attentano. Se arrivi a superare la necessità di un senso di te, di un sentimento di “io esisto”, di soggetto, la realtà non si deprime, non si annacqua, non si spoglia: si anima, si accende, del proprio viscerale, delicato, possente pulsare.


Lo è quando sei a disagio con le emozioni e sai che non sei tu, loro non sono te, tu non esisti, sono solo moti energetici, e però allora perché ti identifichi? Perché anche questo, cara mia, accade. È parte della natura umana di dio. E se ti dai addosso pensando che non devi identificarti, fai peggio, lì sì che sali al mentale. C’è un istinto protettivo che ancora scatta e forse scatterà sempre: le emozioni sono minacce alla presenza, quando la presenza è giovane. C’è chi parla di spiritual escapism, e lo mima con il classico personaggio arrogante che si finge superiore. Ma l’arroganza non è che un’altra maschera, una rassicurazione. L’escapismo spirituale è un meccanismo di difesa per paura, ancora paura. Possiamo averne compassione, se lo riconosciamo, anziché dibatterci o creare un altro ego che ci giudica escapisti: ci hai messo una vita a trovare la pace, l’amore dentro di te, a scoprire la verità, a risvegliarti alla tua vera natura. Hai anche scoperto che tu come persona, come individuo, non esisti. Ora puoi accettare che un piccolo te superstite se la faccia sotto se sente minacciato il tesoro conquistato così duramente? Non dire “ma non è me, ma non è mio quel sentimento, non è mio l’escapism”: è lì. Stai nella pace e lascia che sia. Così com’è.

Quando parliamo di “parte umana” o “deliziosa umanità” non intendiamo umano in differenziazione da divino, ma il divino in forma umana, che ha queste caratteristiche: istinto di conservazione, una mente analitica, tendenza ad identificarsi in essa per proteggersi. Fino all’inconsapevolezza. La consapevolezza non è non identificarsi mai o non sbagliare: è riconoscere, è avere sempre una presenza alla coscienza, sotto, che magari si interrompe apparentemente per un trigger, ma che si rivela subito dalla pace e dal coraggio con cui viviamo le emozioni.

È solo questa pace, che infatti è il contrario di paura, a fare la differenza.

Se non hai paura non sfuggi, non fai escapism, hai superato i tempi in cui le emozioni diventavano totalizzanti, e adesso puoi permetterti dei temporali. È questa, la pace.