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L'impeto non è la forza vitale: è la resistenza ad essa

L'umano è la parte del gioco che offre resistenza al divino



Rileggo cose. Cose che scrissi, che forse ora raccoglierò per chi lo desidera.


La forza vitale è sempre stata in me (come in chiunque) ma con un impeto che mi ha sempre contraddistinto.


Il cuore è una miscellanea del cuore emotivo e di quello spirituale. Per anni ho narrato da quello emotivo, dall'umanità. Quella forza che sputava fuori le parole, aveva sempre un fondo di rivendicazione, una voce strozzata in fondo alla gola: "Liberami!"

In tanti momenti di fatica del risveglio che mi è preso, sento la stessa morsa. E tuttavia ho compreso che la morsa, l'impeto, non è la forza vitale: è la resistenza ad essa.
Meditare non è un modo di scappare: è scoprire che stavamo sempre scappando. Noi, come umani, viviamo in fuga.

Quello che mi è chiesto, è di capovolgere la prospettiva: non sono un'umana che cerca, ma l'antichità di un cuore che ora danza in questo mondo. Non sono chi si siede a meditare: sono lo spazio in cui sparisco, meditando. Via via ci si arrende a questa evidenza e

si comprende che l'umano è l'esperienza, ma il protagonista non è l'umano.

Si sente che quello strozzamento alla gola si slenta, diventa la nostalgia di chi siamo. Che non era "questo" o "quello", andare più avanti, fare di più, fare meglio, sentirsi importante. Era il cuore: senza le battaglie.


TU: SEI IL CUORE. SENZA LE BATTAGLIE.


Quando si comincia a permettere questa rivoluzione, smette la centratura tanto acclamata anche dalla crescita spirituale: la soggettività appare meno solida e il possesso del "io sono questo" appare come pura resistenza, per quanto parte del gioco.

Ci si arrende a esistere "di meno", si scopre che dietro il "devo esistere, devo essere vista!" il vero appello era smettere di porre tutte le energie in questa rimostranza.


Si scopre che ciò che si è sempre cercato, anche se non lo sapevamo, era la libertà, la verità. Che dietro il bisogno di riconoscerci in qualcosa o di essere riconosciuti, c'era la chiamata originale al riconoscere chi siamo prima di ogni altra attribuzione. Che l'interezza viene dal lasciar andare.

La forza vitale che caratterizzava i miei testi si acquieta e la mente si chiede dove sia finita tutta quella vitalità.

Quella vitalità è meno impetuosa per il solo fatto che incontra meno scogli. E, dunque, scorre.

In modo ancora molto impreciso. Ma rivela una purezza senza detriti. Una sorgente senza detriti.


Se vai a prendere l'acqua alla fonte, essa zampilla ma non ha ancora quell'irruenza in cui mi ero abituata a identificarmi.

Si scopre una calma. Una non urgenza. Un non dovere. Una non necessità. Una gentilezza.


Molto di ciò che chiamiamo "passione" o "impeto" è sofferenza: è la strettoia al fluire. Al pari di molto di ciò che chiamiamo "lasciar andare" è disconoscere, rinnegare.

La passione ha sempre un possessore. La passione ha sempre un identificarsi in essa, un dipendere da essa. Questo è il cuore emotivo. Nel cuore spirituale non c'è pressione. Perché non c'è tempo. E non c'è paura.

Be naked. Ognuno nel suo viaggio unico.

Maddalena


PS: sarà un onore raccogliere comunque i testi che sento come migliori per chi di voi vorrà accoglierli, onorando l'umanità, la lotta, la vita.

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