La scusa dell'anima come necessità narrativa

Cominciate a partire dalla prospettiva contraria: non esistere, anziché esistere



Credo che molti partano da ego e ferite e questo li tiene sempre in una necessità narrativa.


Se invece parti da emptiness e beingness cominci a sondare che esisti “senza” le identità. Questo non le elide, il processo è lungo in ogni caso, ma hai cominciato a minare la radice di ogni sofferenza: l’io.

Coltivare questo spazio vuoto porta via via a cominciare a invertire i personaggi col fondale: tu non sei ciò che si muove davanti a un fondale neutro che assiste imperturbato. Tu sei il fondale.

Questo è un primo passaggio. Poi via via che attraverseremo ombre e ferite che riemergono, esse si riveleranno per coscienza non separata, ampliando l'espansione.


Questo shift identitario richiede tempo e pratica, la pratica consiste e nel coltivare vuoto e nella disidentificazione da ciò che emerge. Disidentificarsi da ciò che emerge vuol dire accettare di staccarsene: questo si fa osservando, sentendo senza giudizio, ma si rende possibile anche perché si va formando in noi memoria e consapevolezza che staccarsi è possibile, che cadremo in quel vuoto che abbiamo già conosciuto.


Se poi si ha la fortuna di ripetute crisi nelle quali la morte egoica ci porta al limite e poi alla resa incondizionata (per ciò che è al momento consapevole), via via approfondiamo questo lasciare le identità, che non è repressione ma un sempre più spontaneo lasciar essere e dissolverne la necessità.

Di nuovo, questo è possibile perché

abbiamo via via imparato non solo che il vuoto non ci mangia e non solo che siamo quel vuoto, ma a non attaccarci a nulla.

Viceversa: se il percorso, per scelta o per destino, parte progressivamente dal “basso” (ego, ferite, traumi, persona e subconscio), si comincia ad accogliere ciò che va accolto, lasciare ciò che va lasciato, ma i guai sono molteplici: l’accoglienza è mentale e dalle ridotte possibilità perché è un’accoglienza personale, non transpersonale; ciò che si lascia resta spesso in verità ancorato al senso di noi perché agiamo sempre da un io; ogni aspetto, ferita, trauma, non viene in effetti davvero lasciato perché è considerato proprio, “mio”. Nel momento che dici “lascio la mia ferita” non la stai lasciando; stiamo aggiustando la narrazione nella speranza che via via ci porti… ma dove?

Il dolore è l’identificazione stessa nella narrazione: quando anche l’hai ampliata di significati e spiegazioni animiche e hai superato i confini di questa singola esistenza, ti resta ancora da lasciare l’impianto identitario, la necessità di essere tu:
se ti dicessero “domani sei libero, torni uno con dio, dissolto in dio”, ti troveresti a dover lasciare un bagaglio enorme di narrazione e identità, eppure è lì che vai, è questo che sei: il tuo fine è dio, non il karma;

si continua a vivere in una dualità pressoché assoluta perché ci si tiene stretti la necessità di esistere come individui unici; non si impara a non attaccarsi a niente; si ha sempre uno scopo (di solito quello di evolvere).


Cominciate a partire dalla prospettiva contraria: non esistere, anziché esistere.

Guardate qualche video sulla non dualità, minate la certezza di essere individui separati, per quanto uniti ai vostri fratelli. Cominciate a scollarvi dal postulato di essere una persona. Voi fatelo. Ci penseranno poi chilometri di retaggi personali e culturali, a riacchiapparvi nell’illusione di esseri individuali: non avete bisogno di coltivare questa illusione lavorando sempre su voi stessi. “Voi stessi” è ciò che vi fa stare male.


Be naked, quit all narrative,

Maddalena