Perché il dolore è l'inizio di dio

Aggiornamento: 27 ott

(Da uno scambio epistolare con un amico)


M. - C’è questa frase di Agostino: “you made us for yourself so our heart is restless until it rests on thee”.


Risposta

A un certo punto, molto avanzato, si arriva a questa comprensione di Agostino (viscerale, intima, non mentale): tutti i dolori si riducono a un solo dolore (non essere uniti a dio), tutte le separazioni a una sola separazione, tutti i desideri a un solo desiderio, tutti i bisogni a un solo bisogno, tutti gli amori a un solo amore che li contiene tutti.



Lungi dal paragonarmi a Sant'Agostino, già prima di ritrovare questa stessa verità in alcuni yogi, sperimentai che a volte la mente rimontava con enorme rivalsa: "Non ne posso più di non realizzarmi nella materia, di vedere che gli altri hanno un loro posto nel mondo, si sentono utili, hanno un lavoro, si esprimono!"


Dopo qualche giorno assistevo a qualcosa: questa rivalsa mentale via via si trasformava apparentemente e infine riconoscevo qualcosa di diverso che emergeva: un enorme desiderio di sentire dio.


Cominciai a osservare come ogni volta che l'ego stava cadendo, cioè che l'identità mentale scricchiolava (evidentemente perché nuove aperture al divino spingevano senza che ne fossi consapevole), la mente diventava più lamentosa. Finché si rivelava il vero desiderio.


Le volte successive, non appena sentivo rivalsa per il mondo materiale, sapevo che la rivendicazione a realizzarmi nella materia stava semplicemente traducendo in termini mentali (la mente è sempre rivolta alla materia e a questo mondo) ciò che non era mentale e materiale. Tuttavia,

non bastava saperlo e ricordarlo mentalmente, concettualmente: era necessario, ogni volta, permettere il dipanarsi esperienziale di quell'anelito, e infine riconoscere una nuova apertura al divino.

In ogni caso, nelle migliaia di pagine dei miei appunti, mi segnai queste indicazioni, segnai che ogni desiderio era desiderio di dio, solo "travestito", e che

la mente proietta sempre fuori qualcosa che ha la radice ultima in dio.

Solo molto tempo dopo avrei scoperto che in effetti nella tradizione yogica ci si riferisce infatti alla mente come "riflesso", e avrei trovato conferma di quanto avevo, da sola, compreso. La mente proietta sugli altri i propri limiti e lotte, sulla materia e il mondo i propri desideri, imita ogni cosa. Anche l'amore mentale o emotivo, personale, umano, è un riflesso di un amore ben più profondo e senza connotazioni, che è quello della nostra essenza divina.


Il riflesso mentale comincia a essere meno compatto per due fattori:


uno è l'amore divino stesso, che inizia a penetrare tale riflesso e decomporlo, l'altro è l'osservazione attiva delle dinamiche mentali e la capacità di stare in ciò che emerge con paura sempre decrescente, lasciando disfare la necessità identitaria. L’identità è come abbiamo creato una struttura che ci contenesse coprendo il dolore e la paura.

Da un lato il divino illumina e forti di questo siamo più coraggiosi, dall'altro, proprio per questo coraggio, impariamo a osservare senza analisi, con pazienza crescente, ciò che le identità coprivano.

Il senso di ingiustizia che senti è ancora molto forte: ha bisogno di essere tale, adesso. Ma via via, permettendolo e coltivando fede e divino interiore e anche sostenendo il vuoto che si percepisce a “non sapere più chi siamo”,

comincerai a poter esperire questo dolore attraversandolo fin dove esso perde le connotazioni di "mi hanno fatto questo e quello",

ossia la narrazione personale, allora diventa solo dolore: non per questo o quello. A quel punto è un dolore originario, è la radice di tutti i dolori: essere separato da dio.


Questo è il motivo per cui chi ha un grande peso, un grande dolore, via via ha la grazia di riconoscere in esso un grande dolore di separazione da dio. Ma un grande dolore di separazione da dio è un'onestà che ci permette di non dissipare più energie alla ricerca di questa o quella rivalsa o soluzione, ma di dirigere le nostre forze verso l'unica verità.

Lì qualcosa comincia a cambiare profondamente: è la fede non più mentale, non più aggiunta a chi siamo e ai vari dolori o gioie o esperienze o affetti. È la fede intrinseca, sostanziale, è l'appartenenza alla "ricerca di dio" ma è anche, già, un ritrovarlo e un ritrovarsi.


Aggiungerei che anche la preghiera e la relazione col divino si modificano: in questa “onestà” che è già parte del ritrovamento, si comincia a esperire un piano di totale assenza di paura, di sicurezza inviolabile.

Le parti si invertono, non sei più un io che deve raggiungere un dio lontano, ma un silenzioso osservatore sempre meno identitario che assiste all’emergere del divino interiore sempre più predominante.

La grande solitudine che di solito superiamo attaccandoci a questo o quello o a un dio chissà dove, cessa. La solitudine è la mente, che pone sempre le cose fuori da sé stessa. Ma che costruisce anche una propria identità da preservare. Man mano che tale identità perde presa, si comincia a sperimentare e comprendere intimamente che tutto ciò che vogliamo difendere di noi è ciò che ci separa da questo divino interiore che emerge, e che meno difendiamo più siamo sicuri, paradossalmente.

Quando le identità diventano meno condizionanti, il dolore che esse coprivano rimonta, ed è infine il dolore originario: la via per l’amore originario. Per questo si dice che il dolore è una porta.

Lasciare le identità, vedere i dolori che coprivano, scoprire il vero e unico dolore, percorrerlo fino alla sorgente e arrendersi ad essa:


in questo viaggio al contrario, in questa onestà che ha i suoi tempi, si riscopre il solo desiderio e il dolore diventa l’inizio di dio. Ma se man mano che si attraversano i dolori si ricompatta un’identità composta da ciò che abbiamo modificato, guarito, dalla fiducia in noi stessi e così via, stiamo rimandando l’incontro col dolore ultimo (non esistere) e con la verità ultima: dio. Per questo si dice che

è necessario rinunciare a sé stessi. Rinunciare a sé stessi non è “io sono generoso”, è soprattutto rinunciare alla propria identità. Quando si lascia la necessità identitaria si lasciano gli attaccamenti. Quello che rimane è l’amore prima che i bisogni personali e mentali lo strumentalizzassero. Questa, è l’innocenza con cui siamo venuti al mondo.

Rinunciare a sé stessi significa guardare ciò che emerge in modo nudo, senza possesso, saper stare senza nulla, nel vuoto, vedere che nulla è indispensabile. Allora rimonta tutto il dolore, la paura, la colpa e la vergogna che le identità coprivano. E, ancora, se siamo coraggiosi le vediamo senza essere un io personale che le osserva, senza dover diventare qualcuno o qualcosa, reggendo l’abisso di non sapere chi siamo o di essere del tutto nulla, di veder sgretolare tutto ciò che componeva un senso identitario.

Mentre questo accade, quei sentimenti cominciano a scorrere e il divino emerge, perché il divino è ciò che siamo, sotto ciò che crediamo di essere.

Be naked: let go of identity, face the pain, find the real pain and surrender to the divine.

Maddalena



[Tutto quello che raccolgo qui, qualsiasi frase o riflessione, viene dal mio Maestro Interiore e dall'esperienza diretta]