Inner child o corpo di dolore?

Tolle a un certo punto voleva ammazzarsi. Che poi, secondo anche Jeff Foster, vuol dire nascere, vivere: chi vuole suicidarsi vuole così disperatamente morire a sé stesso per poter nascere.

Ma insomma a Tolle gli è andata così: a un certo punto la misura era colma, e lui ha detto "Basta! Non ce la faccio più a vivere con me!"


Ma chi ha parlato, e chi è "me"?

A quel punto ha capito che uno dei due era lui, l'altro no.

Avrei da obiettare che erano entrambi ego: la storiella del "quindi uno è vero, l'altro è finto" non è reale. In ogni caso, lì si è risvegliato (suppongo siano caduti sia il questionante, sia l'insopportabile).

A molti di noi le cose vanno un po' meno chiaramente, e un po' a più riprese.

Perché lo dico?

Perché ogni volta che un trauma si riaffaccia ci sentiamo che "povera me, vorrò mica lasciar sola questa bambina interiore, devo guarire un trauma". Ascoltiamo, piangiamo, ci flagelliamo. Inevitabilmente.

Stiamo bene per un po'.

E poi da capo.

Ora, i "risvegliati" che vedo intorno sembrano non avere mai crisi, oppure cavalcarle senza perdere presenza (il che, per antonomasia, mi pare impossibile: se sei presente non sei in crisi, questo è poco ma sicuro). Cosa fanno, cosa fate, quando state male e non riuscite più a trovare connessione con la Vita, con il divino, con la verità oltre materia, quando non siete più il vero voi, ma tornate a identificarvi completamente nell'ego, nella ferita, o in qualche "me"?

Lo chiedo perché da un lato c'è Tolle che dice che si tratta di "corpo di dolore", guarda pure ciò che emerge ma non ti far coinvolgere, altrimenti ti risucchia.

Dall'altro ci sono miliardi di guaritori, fautori dell'healing a qualsiasi livello.

Io ho curato, accudito, "fixed", il mio dolore per 48 anni.

E il dolore non se n'è andato.

Quella che girava per il mondo, quella che metteva al mondo figli e resuscitava per il breve tempo di seni e primi passi, e le pareva che quella Vita, così carnale e vivida, non l'aveva sentita mai... quella: è stata felice tante volte, ma era una felicità regina su un trono ruvido, duro, e sotto al trono il dolore non se n'era mai andato.

Se n'è andato, esattamente al contrario, quando ho smesso di credere in lui.

Più sentivo dolore e credevo fosse una prova di quanta guarigione cercasse, più ne restavo vittima. È un gioco sottile della mente.

Ho scoperto la vera presenza, e in questo spazio infinito non c'è identificazione col dolore.

Ma quella, quell'altra me, che non esiste quasi più... quando riemerge e la presenza nel Sé viene meno... io la ritrovo smarrita come è sempre stata.

E così chiudo il post: se lavori sul dolore continui in qualche modo a fare il suo gioco.

Se vai oltre e scopri la Vita sei libera. Ma quando torna il dolore e cadi nell'identificazione, cosa fai? Bambino interiore da accudire, o corpo di dolore come dice Tolle, da lasciar andare?


(9 marzo 2021)