Smettere di esistere: il vuoto indispensabile nel Risveglio Kundalini

Aggiornamento: 30 dic 2021

Lo shift è netto: “io” (sentimento di Maddalena, o anche di nuova me felice) non esiste ossia non è detentore di identità. Qualcosa si è aperto e il mio senso di me riposa in un non-me.

“Me” è vuoto, e io sono il vuoto, e il vuoto è il Silenzio di Tutto. Dove appaiono e scompaiono i me. O anche solo un vuoto muto. Che non fa paura alcuna.

C’è una differenza di “livello energetico e di coscienza” tra un Risveglio Spirituale e un Risveglio Kundalini. Nel primo c’è una ricerca spirituale volta a portare alla sommatoria dell’io al Tutto, quindi ancora molto lavoro di crescita personale, molta dualità, si è identificati in un soggetto definito, sebbene si sperimentino anche momenti di unione con Tutto. Nel secondo caso

la devozione al divino è totale e annichilente, lo spasimo è tale da condurre “nostro malgrado” - cioè nonostante le resistenze mentali - alla resa senza compromessi.

Io sono arrivata a dirmi pronta a lasciare i miei figli, l’anelito era straziante: “Non ce la faccio più a non essere chi sono”, e un paio di mesi più tardi un nuovo giro di resa mi prostrava sul letto, in una pratica di breathwork, a dirmi disposta a morire, pur di ricongiungermi all’Uno. È qualcosa che alla mente sembra folle e tuttavia la stessa mente nulla può. Accade. Spinto da un anelito che varia in forma da una sensazione di forza che ci tira in alto, fuori o sopra di noi, per chissà dove, a uno spasimo doloroso, al sollievo di quando morbidi ci apriamo e quel dolore diventa grazia, alle morti dell’ego e i momenti di panico e disconnessione da tutto, alla liberazione in cui l’io residuo è poco e forse prevale un vuoto sospeso.

Ma questo vuoto è il silenzio stesso della Vita e non può che fiorire, questa volta direttamente dal Sé, senza più l’interposizione distorcente dell’io.

Shakti Caterina Maggi parla di tre fasi: l’identificazione con il “me” che si spacca in una crisi, poi il vuoto purificatore, infine la forma. Tutta questa fatica per liberarsi dalla forma, e poi ci torniamo? No. Non sei “tu” che ci torni. “Tu” hai dissolto l’illusione dell’ego, la contrazione che, come la Maggi illustra, manifestava in allineamento a sé stessa. Dunque non sei più tu, ma l’Uno che finalmente esce dall’inganno nella tua forma e dunque torna a vivere da questo spazio decontratto che vivi/vive come completamente nuovo e senza il me personale. E da questo nuovo assetto o, meglio, da questo risveglio a ciò che da sempre è (e in cui accadeva anche la forma contratta dell’ego), manifesti come Essere e non come persona.


Dunque: io – crisi – vuoto – Sé nella materia. Sei sempre coscienza universale ma prima ti identifichi nell’io, poi torni a essere la coscienza dell’Uno che riconosce sé stessa. Non sei “tu” che riconosci qualcosa: quello che resta di “te” o, se vuoi, la tua mente, riconosce, testimonia apparentemente che qualcosa è te e in te riconosce sé stessa, e questo qualcosa è il Tutto, l’Uno.

Ecco perché nella fase del vuoto la disconnessione è inevitabile, e non se ne parla forse abbastanza. Panico e dissociazione sono sintomi importanti e meritano onore. La mente è abituata a stare aderente a sé stessa, una cosa è cambiare qualche convinzione o pattern, o lasciare un impiego: altro è smettere di esistere come intero concetto di sé.

Sarebbe inutile o decisamente dannoso lavorare sull’integrare le parti: l’io sta cadendo e non sai come relazionarti a nessuno, nemmeno ai figli. Soffri, ti senti in colpa. Non sai indossare nessuno di chi eri. Ma non c’è scelta:

è normale essere disconnessa, l’identità è il nostro braccio nel mondo, la mano che afferra cose. Perderla è essere menomati, finché non impari nuovi modi di relazionarti. Avanti così, finché resterà il cuore, e userà il corpo, senza l’identità. Per lo stesso motivo rifiuti tutto: non hai mezzi, in questa fase.


E se qualcuno dovesse consigliarti di essere responsabile, di ricordarti che sei una madre, o caricarti involontariamente di sensi di colpa, ti aiuterebbe nel tuo stesso sabotaggio: in nessun modo puoi tornare nel mondo con i mezzi identitari di prima. Lo scopo del processo è proprio questo. La coscienza, nel tuo campo, si sta sbarazzando delle contrazioni identitarie, quindi rinuncia a cercare una te per tornare dai tuoi amici, dai figli, dai colleghi.

Onora questa perdita assoluta, perché il nulla è segno di identità che non riescono più.

Non c’è altra strada. Lo scopo di tutto è restare vuota da te. E scoprire che il “vuoto” sa vivere, se non cerchi di raffazzonarti, e se reggi l’inevitabile spavento, il panico, la morte. Ogni te che va a cercare di lavorare su di sé perché soffre, è frustrata, ha paura, è la te che sta morendo. Non aggiustarla, sarebbe come cercare di riappiccicare la pelle morta. Il tuo maestro o guida deve essere in grado di capire quando stai attraversando questa fase. Che non ha bisogno di lavoro attivo ma solo di accudimento del vuoto stesso. Chi puoi accudire, nel vuoto, se già non ci sei più?


Una raccomandazione abusata è il radicamento: radicarsi, fare sport, stare nella natura, sono mezzi utili a non impazzire, ma servono comunque solo a placare la mente. È la mente, che non regge la sospensione, non la coscienza. Sono mezzi utilissimi, ma che mai vengano dati per indispensabili o giudicando il soggetto come manchevole di radici:

il vuoto è sospensione per antonomasia! Lo scopo è proprio restare sospesa e tornare nella materia da nuova.

Che mai si valuti un uomo, una donna, nel momento del vuoto, delle crisi, e direi: mai. Vorrebbe dire fingersi fiduciosi e non fidarsi affatto: di quello che è un processo Sacro, di cui siamo spettatori, in cui la coscienza è spettatrice di sé.

Limitati a questi strumenti di grounding, molto fisici, ma non cercare radicamento nei ruoli, nella “normalità”, nella consuetudine di essere “tu”,

di riconoscerti in quell’immagine o ovvietà: se sei sfortunata, riuscirai in questa vana azione illusoria di “ripristino” destinata presto a fallire rallentando forse il processo. Se sei fortunata, sarà uno sforzo vano e valso solo a spaventarti oltre. È uno sforzo istintivo, tuttavia. È istinto di sopravvivenza. Quando sarai un passo oltre sorriderai e capirai che non potevi biasimarti: di tanto abuso che facciamo dell’istinto di sopravvivenza, ebbene la morte dell’ego e il vuoto sono l’unico uso apparentemente inevitabile.

Fai silenzio. Fai tanto silenzio. E per evitare che quel silenzio si riempia di dolore o autocommiserazione (altri tentativi di sopravvivenza dell’ego) stai nel corpo,

attaccati al respiro, stai nei piedi, posati sul nulla attaccandoti alla solidità della carne. Non hai altro. Adesso. Ma è tutto giusto così. Non sei “tu”: è il Sé che si risveglia a sé stesso. Fatti da parte. Non giudicare.

E un giorno sentirai un brivido che sale e capirai quello che ti hanno detto in mille: “C’è già Tutto”.

Forza. <3


Ps:

Tempo fa scrivevo: “In te respira l’Universo”. La stessa frase slitta di senso durante il Risveglio. Quei brevi glimpse che mi diedero questo sentimento di appartenenza all’Universo cospirano insieme a crisi, vuoti, morti e forse possiamo riassumere tutto il Risveglio e le tre fasi della Maggi in questa dichiarazione.

“In te”: l’attenzione iniziale. E poi la rottura.

“Respira”: tutto quello che ti resta, nel vuoto.

“L’Universo”: la resa a chi sei.



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