Verso il silenzio

Chi sei veramente è il silenzio sotto il rumore delle parole che cercano: di dire, di definire, di chiedere, di avere senso o ragione. Di.


Mi alzo e mi muovo piano. Come in mindfulness. I conigli nella gabbia, una carezza, le piastrelle verso la cucina, il bollitore, la ceramica della tazza, il suono mite del mattino. Tengo il centro di me nella pancia, vivo da questo luogo dove l’energia primordiale mi muove eppure non fa rumore.

Tutte le cose che si muovono, nel mondo moderno, fanno rumore. Penso alle macchine, ai passi quando corri, alle voci che sbrodolano parole. Il rumore è bisogno di esistere. Abbiamo così paura che altrimenti non saremo visti, sentiti, notati e accuditi. Ma c’è un silenzio sotto le cose e nelle stelle, un silenzio sacro che conosce la verità.

Perfino nella crescita spirituale ci prodighiamo ognuno col proprio sentire e dire. Perfino qui c’è un attaccamento alla mia esperienza e convinzione, ma chi impugna è ancora la mente. La mente si appropria anche dei bottini del cuore: è uno sciacallo affamato, ingenuo e laborioso.

Mi sento spingere verso una resa ulteriore dove non c’è nemmeno questa pretesa, questo compiacimento per ciò che ho scoperto, per le rivelazioni. Dove si toglie ancora.

Chi vuole studiare, chi rifiuta lo studiolo, chi vuole fare la coach, il sito, chi rifiuta i social: è ancora troppo, c’è ancora da togliere. Mi muovo verso meno testa e parole e più corpo e materia nel silenzio sacro delle cose. Silenzio. Le parole fanno troppo rumore. Ho scritto per una vita. E le parole erano il mio stare al mondo. Come tutti gli artisti avevo fatto della mia arte il mio salvatore. Nelle crisi peggiori, quando la scrittura si spegneva, morivo un po’. Ma mi dibattevo, non sapevo permettermelo. Gli artisti sono anime che chiamano, ma serve superare la paura di concepirsi oltre l’arte, di farne perfino a meno.

L’arte è la fune che porta al cielo, e noi crediamo alla fune, anziché al cielo.

Ho scritto per una vita intera. Fino a qui, ho sempre scritto. Il mio motto era: «Quella alla parola è la più grande obbedienza che io conosca».

Forse non credo più alla parola. E sul sito ce ne sono già troppe. O forse è ancora una fase di decostruzione. Voglio diventare il silenzio che mi vive e che sono. Mi somiglio in effetti più nel silenzio interiore che nelle parole mentali. È come se scoprissi anche la loro illusione. Tutto il risveglio è scoprire illusioni. È togliere. Smettere. Perdere.

Si va pian piano verso il silenzio. Prima si parla perché è il linguaggio della mente e delle domande. Poi via via si arriva dove le parole lambiscono il silenzio. E infine ci si inoltra in esso. Ed esso è la risposta. Quando smetti di domandare hai già raggiunto il mare.

[Photo by Elia Pellegrini on Unsplash]