Incontrare il figlio da uno spazio di Pace non personale

Sii pace. Una madre può non essere Pace, ma la Pace sa sempre essere madre



Più tardi c’è un disquisire con Isabelle che vuole dormire nel lettone con M., per un po’ tengo il punto, c’è un po’ di astio, mi sento poco potente. Poi scende tutto, lei è davanti a me e di colpo la guardo, la testa smette, sono nel cuore ampio, nello spazio e lì posso ascoltare la sua delusione, eppure tenere la mia posizione, senza spiegazioni razionali:


i bambini non hanno bisogno di spiegazioni razionali e logiche, sia perché non le comprendono in quanto non hanno (per fortuna) una mente così analitica, sia perché ogni volta che diamo questo genere di spiegazioni siamo nella testa, cioè in qualche modo nel controllo, nella paura (di sbagliare, di sentirci in colpa, di non riuscire a “vincere”).

La testa è il luogo della separazione, dove io dico e tu obbedisci, dove “perché lo dico io” non è una pacifica rete di contenimento ma la barriera con cui difendiamo, più di tutto, il nostro ruolo di madri e le nostre assunzioni educative.


Questo tipo di rigidità, è questo, che arriva ai bambini. Non è sicurezza, è dispotere.


Dunque parliamo loro in un linguaggio che non comprendono, e da una vibrazione che, per contro, percepiscono perfettamente come rigida, timorosa, incerta, non importa quanto i toni vocali simulino fermezza.


Non appena rinunciamo completamente alla battaglia, a noi stesse, al piano mentale, e scendiamo nello spazio vasto dell’anima, dove non esiste necessità alcuna di difendere nulla, le stesse cose vengono dette in un linguaggio semplice ma non autoimposto, a loro comprensibile. Ma, più ancora, esse suonano come eco allo spazio stesso di quiete profonda, di fondale, da cui risalgono. Esse recano in sé la vibrazione della totale sicurezza, della completa "non paura", che è il contrario del controllo e del dominio.

Ci si spende in uno spazio di non separazione. Il bambino vi è incluso.

Per questo, ogni cosa diremo da questo spazio, troverà la massima collaborazione e risonanza. Senza sforzo alcuno. Siamo in pieno potere ma non è un potere egoico.

Siamo nel bacino in cui il potere è quello della pace essenziale, non prodotta, non indotta.

È la stessa cosa del relazionarsi agli altri, agli eventi, a ciò che emerge. Non si tratta mai di relazionarsi da soggetto a soggetto o da soggetto a oggetto, ma di rinunciare a questa relazione di bisogno, cadendo nello spazio che è già inclusivo: allora c’è un movimento, una comprensione non intellettuale. Una comunicazione spontanea.

Normalmente, quando ci relazioniamo al figlio (o a chiunque) esistono o crediamo esistano due sole possibilità: avere un’immagine di noi che ci mette a disagio, oppure essere certe di noi, avere un senso di piena solidità e da questo “connetterci” all’altro. Quest’ultima si riferisce al senso compatto di identità, mentre il primo a una lotta identitaria. Stiamo “cercando” di andare bene, stiamo cercando chi siamo, nella relazione. Quella cui mi riferisco è la possibilità, invece, di rinunciare a entrambe.

Quando si fa questo, non siamo più occupate a essere qualcuno, non sorgono immagini di me, di lei, non c’è un giudice osservatore. La separazione cessa.


Finiamo con i volti appiccicati, lei sbadiglia, segno di rilascio. La pace è talmente totale che nemmeno un pensiero sorge. Non esiste in me alcuna domanda né auto osservazione. Non esiste quel subliminale chiedersi se ho fatto bene, come mi sento, come si sente lei. Non esiste nemmeno il sollievo per aver superato il dissidio.

Non siamo più soggetti che tentano o che trovano pace: siamo la pace stessa.

La porto nel suo letto, ridiamo per lunghissimi minuti, a ogni battuta il riso danza ampio. Nulla è fuori da questa ampiezza.


Sii pace. Una madre può non essere Pace, ma la Pace sa sempre essere madre.


Be naked, be Peace not a "trying mother".

Maddalena