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Traumi e genitori



Fa parte di un immaginario infine infantile ritenere di poter proteggere i nostri figli dalle ferite che gli causeremo.

Questo non ci dispensa dalla cura e dall'attenzione. E richiede che, prima di tutto, si lavori su sé stessi, si comprenda cosa stiamo chiedendo ai figli e cosa, in verità, stiamo chiedendo a noi. Significa questionare. Come già spesso indico in fatto di "responsabilità", essa è una paura ben mascherata e vittima di milioni di condizionamenti per cui riteniamo che questa o quella cosa siano giuste o meno. In questa scacchiera, chi è il figlio diventa quasi secondario. Chi siamo noi, anche. Come si vede, stiamo giocando bendati. Di che responsabilità possiamo dunque parlare?


Ognuno ha un modo di scoprire cosa si può lasciare andare di chi crediamo di essere o che il figlio debba essere, cosa crediamo sia intoccabile dei dettami e delle ovvietà sociali. Il modo migliore per farlo è non cercare risposta ma stare nella domanda. Il linguaggio delle vibrazioni è molto più affidabile di quello verbale, analitico e interpretativo della mente.

Ma infine, ogni volta che ci poniamo come punto di partenza di ogni via invece che parte della mappa del Tutto, ci carichiamo di qualcosa che in nessun modo possiamo gestire.

I traumi, ai figli, li infliggeremo che al nostro ego piaccia o meno. E se non saremo noi, sarà una maestra, un compagno, un parente.

Questo perché quel gioco del Tutto di cui ho detto, questa Infinita Intelligenza che ci vede come suoi movimenti, non è che una sostanza d'Amore che si cerca e perfeziona sperimentando ciò che serve per tornare nella purezza originaria.

I figli ci hanno scelto come noi abbiamo scelto i nostri genitori perché l'avventura dell'Amore potesse dispiegarsi.

L'ingenuità di credere di poter proteggere il figlio dalle ferite va sostituita con l'ingenua innocenza di sapere che c'è una saggezza nelle mancanze e nelle ferite che inevitabilmente generiamo.

Dimenticare questo significa restare nella pretesa, nella presunzione di crederci più saggi della Vita.


Il meglio che facciamo è il meglio che facciamo. Ha una sua "giustezza": nessuna umiltà può esistere come assoluta, essa è contestuale al saperci parte di.


Continuando a guardare la figura dall'ampio di un Amore che si dispiega ben oltre il nostro piccolo io, cominciamo a comprendere che nulla, in verità, potrebbe essere o essere stato diverso da come è.

In questa comprensione un'apertura ha luogo. In essa, l'Amore respira, un senso di gratitudine emerge. Il conflitto interiore si placa. La difesa cessa. Allora, cominciamo davvero a essere genitori più liberi.


Be naked. Be wide open.

Maddalena

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