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Il fallimento delle pratiche

Ma da che l'impegno è diventato più importante del movimento dettato dall'anima e dal silenzio, io sono diventata il cercatore, ho stabilito che dio doveva venire da quell'allenamento, da quella formulazione, perfino nei gesti comuni. In altre parole, dalla decisione della mente. Nient'affatto a servizio dell'anima ma di sé stessa. Ho tolto potere all'anima e l'ho dato alle tecniche. Ho smesso di trovare dio in me secondo le vibrazioni dell'anima e preso a cercarlo secondo le pratiche. In un sistema che poi deve compensarsi cercando dio nelle cose, perché si è smesso di Vedere



Radicarsi non è essere in un progetto spirituale e poi, parallelamente, dopo che avete imbottito ogni istante di japa, di allucinogeni, cercare di stare nei piedi o fare una passeggiata. La mente non sa più stare zitta. L’avete ossessionata.

Invece di vedere un albero nella sua meraviglia priva di concetti, vi cercate dio. Ma chi cerca è la mente, e ciò che cerca è un concetto. Chi trova è l’anima, e ciò che trova è privo di concetti.

Il japa è un concetto e un esercizio, ha una finalità, vi tiene in un esercizio mentale. Incrociate una donna che ha bisogno di aiuto, e non la vedete. Dovete pensare “om nama shivaia”. Tale è lo sproposito. Il figlio vi parla e voi siete concentrati: “Devo vedere dio”,

in una presunzione folle, la mente diviene folle.

Vi basterebbe sapervi nulla, niente, nessuno. Non esistere come cercatore né trovatore. Farvi da parte. Allora vedreste il figlio. E in quel momento assoluto, il figlio è Vita, e la Vita è un dio che si esprime. Avete messo la mente in una tale confusione e tensione da spezzettare dio in miliardi di attività. Avete perso la deliziosa, inevitabile, incontaminata continuità di dio.

Per educarvi con pratiche formali avete smesso il dio informale, il reale. Per arrivare dove. Perché vi hanno detto che si fa così. Quando siete in un progetto siete già morti.

Avete preferito il sapere, al non sapere. Non sapete più stare senza nulla. All’ego avete sotituito il corrimano delle pratiche. Bisogna mettere la mente da qualche parte, rivendicate: ma la mente non vuole le pratiche, la mente vuole la gioia, e la gioia è riposare nell’anima. La mente ha già fatto anche troppo, questo campo – la spiritualità – non è roba sua. Rendetela al silenzio. Lasciatela andare, nella sua illusoria soggettività. Le state chiedendo troppo.


Non vi fidate. Non vi fidate che l’anima divina sappia cosa farne. Non vi fidate che girando il sugo esso esali il profumo stesso di Shiva: dovete stare nel ritornello, tenerla lì.

Dio ha voglia di essere il sugo, e le vostre mani che rimestano, ma voi ve ne andate, dovete suonare il vostro jingle.

Se faceste silenzio, magari il cuore – finalmente udito – prenderebbe a cantare. Facilmente cadrebbe in uno stato di meraviglia,

siete a un passo dalla meraviglia con cui dio chiede di vivervi, ma vi tenete indietro, dovete finire il giro di mala. La mala è l’istante, invece. La preghiera è l’adesso. È l’attenzione intera, indivisa. Come indiviso è dio.

Allora in un colpo solo sarete radicati in terra e nel divino. Perché dio può essere ovunque solo se smettiamo: di metterlo da qualche parte.


Be naked, be quiet.

Maddalena




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