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"Spiritualità" non significa verità

Dovete comprendere, dobbiamo comprendere, che "spiritualità" non significa verità. Questo si dice poco. La spiritualità non viene a salvarvi il c., a dare risposte preconfezionate. Dovrete cercare. Innamorarvi del silenzio e delle domande senza risposte. Di un insegnamento che vi tintinna come nemmeno le campane delle canzoncine di Natale. E poi mollare, mollarlo. Aver compreso tutto, e poi mollare tutto. Perché a un certo punto quella strada va diritta e voi siete di nuovo perse. Spiritualità non vuol dire verità. La vera spiritualità è la verità del Tutto: infinita, sfaccettata, imprendibile. Fa parte delle delusioni del Risveglio credere di aver capito con cosa risuonate e poi trovarvi di nuovo disorientate. Questa delusione è cocente per l'ego, perché per quanto la ricerca fosse onesta e pura, l'ego ha sempre bisogno di riferimenti: riuscirà a usare come riferimento anche il vuoto di non averne. "Ah, sì, giusto: io sono il vuoto". Quelli con più dottrina, sapere, formazione, vi sembrano i migliori, allora non vi accorgete che in qualche modo avete già deciso che hanno ragione, che la loro verità sarà al vostra. Applicate alla ricerca spirituale lo stesso sistema della ricerca scientifica o del vivere comune: guardate le qualifiche. Le stelline, i diplomi, ciò che ha lunga storia. Ma la Madonna apparve ai pastorelli. Alla gente umile. Ci sono saggezze racchiuse nei bambini o in gente senza qualifica alcuna, che i maestri non sanno replicare. Dovete districare la saggezza dalla dottrina, e trovare una fede che non si basi sugli stessi sistemi di qualità della produttività sociale. Chi ha paura di buttarsi oltre è ciò che non siete, è ciò che cerca, in questa ricerca nota e dottrinale, di non smettersi. La verità è già dentro di voi: ma difficilmente emergerà come e quando dite voi, eppure ha più saggezza di ogni cosa troviate là fuori. Anche quello che dico io: prendete ciò che vi anima, buttate ciò che non attacca. Buttate, buttate via certezze. Tenetevi nudi, intorno al cuore. Lasciate che compia le sue capriole di meraviglia. Non di sapere. E vi dirà tutto quanto serve. A suo tempo. Be naked, Maddalena

"Voglio stare bene ma non ci riesco"

“Vorrei cambiare ‘ma’…”. Tu sei qui per il “ma”, perché altrimenti saresti già libera Senza dubbio chiunque si rivolga a chiunque, vuole sinceramente stare meglio. Ma essere davvero pronti è parte stessa del processo di cambiamento. Anche se non lo sai, quando chiedi aiuto per stare meglio, una parte di te, la stessa mente che soffre, non vuole lasciare il dolore: masochismo? No: identità. Disidentificarsi richiede lunga pratica e consapevolezza, e fa parte del processo anzi è la chiave stessa del processo. Perché lasciare il dolore vuol dire sradicare tanta roba, se davvero sei "chiamata". L’ego ti protegge eppure è proprio l’ego a impedirti la liberazione: finché non diventi consapevole di questo gioco e non sperimenti che esisti oltre l’ego, non farai che giocare al girotondo. E ti sentirai anche inadeguata perché mentre tutti quelli “là fuori” vogliono cambiare e ci riescono, e stanno meglio, tu sei la sola inetta che ha troppa paura o non è capace: diamine, pensi, in me c’è proprio qualcosa di sbagliato! Lo ripeto: voler stare bene e non volere cambiare non sono in contraddizione ma aspetti compresenti inevitabilmente, e parte del processo stesso di Risveglio. Quel dolore, quei genitori abusanti, quella miseria professionale, quella malinconia, quella grinta però un po’ prepotente, quel bisogno di scappare, quell’ironia che ti salva e guai chi te la tocca, quel passato che ti ha segnato e però - così ti piace credere - anche forgiato, quel destino crudele, le tue cicatrici, le delusioni e le vittorie, e però anche sapere che alla fine per te ci sei sempre: tutto questo è attaccamento. Nulla di questo è ciò che sei davvero. Si sta preparando qualcosa di infinitamente più grande, potente e liberatorio. Ma non è necessario mollare tutto subito. Accadrà. In verità, il modo stesso in cui affronti il processo, ossia il processo stesso, è scoperta e cura: sentirsi, per esempio, inadeguati perché si resiste al cambiamento, dice molto sull’inadeguatezza, così come voler stare meglio ma non impegnarsi nel meditare o nel quietare la mente, dice molto sulla resistenza. La resistenza al cambiamento non è solo “normale”: è inevitabile. Tutto in questo piano esistenziale è apparentemente duale: inspirazione-espirazione, l’onda arriva alla spiaggia e si ritira, il cuore si contrae e rilascia, l’equilibrio nel nostro corpo è dato da ormoni e loro antagonisti. “Vorrei cambiare ‘ma’…”. Tu sei qui per il “ma”, perché altrimenti saresti già libera. Non c’è uno senza l’altro, il “ma” è il cambiamento stesso! Cambiare o, meglio, scoprire chi sei, significa superare il gioco apparente degli opposti: la resistenza dimostra che c’è movimento. Non si vince annullando la resistenza in un colpo ma smettendo di essere identificati in essa, aprendosi alla verità del movimento dove non sei chi avanza né chi resiste, ma la libertà immutabile in cui giocano le forze apparenti.

A mia figlia per il suo compleanno

Ti insegnerò che la Vita vive sotto alle cose e nelle cose, nei nulla che lamentiamo vuoti, nei pieni che giudichiamo zeppi. Ti insegnerò che l'amore non basta mai perché non ci vuotiamo abbastanza da qualcosa che chiamiamo "noi". Ti insegnerò i dubbi rimasti e le certezze che volano come petali sempre piccoli e a noi in mano gli steli. Ti insegnerò la pena di periodi duri come questo che scrivo e sei a scuola e ti so felice. Ti insegnerò la pioggia senza ombrelli il sole senza cappelli i passi senza scarpe. Ti insegnerò le gioie che traboccano le vasche piene di schiuma le sere piene di pizza e di gare a chi mi sta seduto accanto. Ti insegnerò che sono sempre qui. Che tutto quello che resta sempre sono gli arcobaleni sopra ogni terra e dentro a ogni cielo. Che il cuore è un vaso pieno di buchi dove passare i fili e le mani intrecciate a chi vuoi bene. Ti insegnerò lo specchio di essere tutto ciò che ogni giorno m'insegni. Nulla di più di ciò che sei t'insegno. Da otto anni, ogni giorno ventiquattr'ore alla volta un secondo dopo l'altro, sono la tua mamma. Auguri alla Vita che sei, Isabelle. Stupore senza fine. Maddalena

Anelito al divino: da soggettivo a non duale

In che modo la "tensione" verso Dio, così soggettiva e privata, può tenerci presenti nella materia e non aumentare la dualità? Innanzitutto bisogna che sia sempre più riconosciuta la chiamata interiore a rinunciare a essere qualcuno, in nome del dissolversi in dio. Tutto ciò che è materia e società, ambizioni, attese, sfuma in secondo piano e ci si arrende sempre più profondamente all'evidenza (così percepita) che il nostro solo desiderio è tornare a dio. Il materico e il divino si invertono di piano. L'anelito per dio porta devozione, la devozione porta servizio gratuito e permanenza nel sentire dio, il servizio gratuito e il sentimento di dio portano a vedere dio ovunque e onorarlo in ogni espressione anche interiore, vedere dio ovunque scioglie la separazione e portando resa elimina ogni condizione. Onorare ciò che è, nella sua assolutezza, in verità impedisce l'identificazione. Nulla appare minaccioso o da rifuggire o trattenere. Sappiamo che in ogni istante il divino appare in quella forma, fisso nella sua mutevole apparenza. Smettiamo di sentirci persi perché senza resistenza avviene un riconoscimento spontaneo e non mentale del nostro stesso assoluto. Se onoro come divina ogni cosa in me, onoro come divina ogni cosa “fuori”. Be naked, honour it, Maddalena

Benedetto l'uomo

L'umiltà, quando il divino chiama, è permetterlo Lo capite, quando avete accesso al Potere interiore. Vi fermate un attimo, vi chiedete: dovrei forse essere più umile, sbaglio qualcosa? Mi dicono di essere grato, di perdonare, di agire in un certo modo, eppure non riesco a fare queste cose, da qui. Piuttosto, c'è un flusso che si compie per me. Vi sarete ritrovati, a volte, in questo flusso. Che non agisce nulla. Restate come a bordo campo, stupefatti di una cura che non è voi eppure è voi. Di un amore che non è chi siete, eppure mai siete stati così voi prima. Non fermatevi. Permettete. Lasciatevi investire, riscrivere, portare via, finché non ritrovate più la strada per chi credevate di essere. Non inciampate nei consigli su come migliorare l'amore umano: sono consigli indispensabili, ma se per un attimo si schiude in voi la Verità, non dubitate. Sapete riconoscerla, l'arroganza. Sapete riconoscere, quando fingete non vi serva nulla. Invece, se a cercare di rendervi umili, state rifiutando una scintilla che incendia dentro, allora questo, sarebbe il vero torto. L'umiltà, quando il divino chiama, è permetterlo. Senza appropriarsene. Be naked, allow the Great when it acts through you, Maddalena

Chi ha le idee su chi sei non è chi sei

Quando è tempo di lasciare chi ti guidava Ho finito con una coach. Era venuto il tempo. L'ho ringraziata, ho pianto vicino alla porta, in una manciata di secondi l'inconscio ripesca un personaggio che non mi corrisponde più: quella Maddalena, quella debole, insicura, bisognosa, che ben si accasava nelle parole solide e ferme di questa guida, nei suoi punti saldi. Ma so che è uno scherzo prospettico del momento. Piango per affetto, piango perché è finita, la sua solidità imbriglia la dissoluzione dell'io che so intimamente giusta. Inderogabilmente esatta, per quanto mi spaventi. Piango e vengo via e mentre il mondo sciacqua la primavera in quel piccolo canale sotto al ponte, so che è un dolore giusto. Nel profondo non ho alcun dubbio. Ho, mio malgrado, imparato la chiarezza esclamativa del Sé. Qualche giorno più tardi decido di scriverle. Sono di nuovo qui. Per dirti che sono ferita e che, ingenuamente, non hai saputo vedere. Concetti come "la notte buia dell'anima", le fasi del Risveglio Spirituale, la morte dell'ego, la Kundalini, l'auto-inquisizione (Chi sono io?) non possono essere ignorati o non noti per chi lavora in campo spirituale. La vera morte dell'ego è inevitabile e non consiste in un semplice lasciar andare o modificare qualcosa di noi, ma nella scoperta (allarmante per la mente) che non esiste alcun "noi" se non come costrutto meramente mentale. Ma dacché l'ego è preposto alla sopravvivenza, la sua stessa disillusione dall'esistere come entità reale è un lutto, un panico, una caduta necessariamente forte. Che nulla ha a che vedere con la mancanza di basi o con qualche debolezza o incompletezza del soggetto. Nulla. Hai osservato "ma Tolle è un luminare" quando ho nominato i suoi insegnamenti quasi a sottintendere una mia presunzione o eccessiva ambizione. Mi hai detto "le ultime volte sei venuta ma non ascolti, stavi con un piede verso la porta", dunque tu sai e io no. Hai ascoltato i miei discorsi con scetticismo o sconcerto, dicevi che uso termini strani e mostravi disapprovazione solo perché diversi dai tuoi termini e vissuti, e insistevi: "Maddalena, io ti indico il cielo ma tu guardi la mano". La dissoluzione dell'io, il vuoto, la disconnessione nel Risveglio Spirituale sono noti, non hai considerato che, forse, non ho nulla di ambizioso o strano o singolare. Ti sei limitata ad accettare la mia diversità senza nemmeno porti il quesito. Hai insistito per farmi stare nella persona (ego) e che vada vista, integrata, quando di fatto per me non è più possibile identificarmi in ciò che indichi né in chi integra qualcosa. Ma questa non è una mancanza: è la liberazione stessa del Risveglio. Adyashanti illustra come nell'evoluzione spirituale si passi da un'identità meno vera e molto solida, definita e confinata, ad una più vera e meno solida, indefinita e senza confini. Trovo i suoi insegnamenti a posteriori rispetto alla mia esperienza che dunque è fresca e non di pura suggestione o dottrinale. Mooji ripete: "Resta vuota". Restare vuota è quasi il contrario di insistere a lavorare su qualcosa di sé: ogni volta che lavori su di "te" - almeno a un certo stadio dell'evoluzione - stai ancora cercando di compattare il senso di te, che è pura invenzione. Sei già libero. Chi vuole guardare cosa vada integrato o lasciato è chi va lasciato. Ogni "te" che frapponi tra te e l'esistenza non aggiungerà niente se non l'illusione di un senso di te, che però è proprio ciò che ti separa dalla percezione nuda, intensa e diretta del vivere. Non capire che il passaggio che stavo vivendo era proprio la liberazione stessa e insistere che mi manca la base, è stato un ingenuo errore. Si smette di credere di essere la sommatoria di quelle parti di noi che tanto ci piaceva integrare e guarire. Quello era ancora un tentativo di essere loro, ma anche lì, forse per paura, hai insinuato che io cerco il vuoto perfino nel corpo. La verità è che sei un meraviglioso “niente” di puro Essere e il completamento che puoi sperimentare unendoti al Tutto, a Dio, è ancora filtrato dall’illusione ossessiva di essere un qualcuno che include le parti e che si unisce a qualcosa. Tu sei ciò cui stai cercando di unirti, non chi sta cercando unione. Finché c’è un cuore cui fai appello, sei nell’illusione. Ricordo quella volta che dicesti che abbiamo una tavolozza, siamo abituati a usare solo la testa ma esistono le emozioni (che invece è sempre testa), il corpo, il cuore, etc. Ricordo di essere rimasta sconcertata: chi terrebbe questa tavolozza se non l’illusione stessa da cui ci stiamo risvegliando? Chi sceglie cosa usare? La tua priorità è essere libera o sapere che ti conosci, avere le idee chiare su chi sei? Chi ha le idee su chi sei non è chi sei. Si arriva a un punto in cui si intuisce profondamente che cercare, evolvere, integrare, erano solo altre dipendenze, altri modi per non rinunciare a essere qualcosa. Senza dover lavorare su di te, senza dover includere o escludere o accettare o osservare, migliorare... Senza tutta questa roba, chi sei? Il 99% del tuo corpo è vuoto quantico. Come tutto. Chi credi di essere, allora? Vuoi sapere chi sei, o vuoi definirti? Perché, guarda caso, la prima esclude la seconda. E quando ti arrenderai a questo sarai deluso. E poi, delusione dopo delusione: follemente libero. L’identità è illusione di radicamento. Quando io sono presente e senza me, senza definizioni, e senza confini, senza quasi soggetto, spazio aperto, giro scalza, tocco gli oggetti come parte di me, offro un caffè al primo operaio qui fuori, chiacchiero con la cameriera dell’Autogrill mai vista, ma perché non ho paura: non sono affatto sospesa perché non so chi sono o non sono definita. Al contrario sono libera e di tutti perché non ho nessun me da difendere. Non sono mai stata così radicata come adesso che so chi sono e mi trovo ovunque. Negli oggetti e nel mondo non trovo più solo la connessione al divino ma il mio stesso ovunque senza confini. E va benissimo che tu viva quello che vivi: ma non hai capito in quale svolta fondante mi trovavo. Finché hai detto che non potevi accompagnarmi, ma comunque con l'atteggiamento di considerarmi in qualche modo chiusa e non disponibile. Grazie per avermi letta. Grazie in ogni caso per il percorso fatto. Maddalena PS: la mia cara coach risponderà pochi giorni dopo. Con presenza, dolcezza, affetto. I miei toni sono segnati dalla ferita, i suoi sono puliti: le ritrovo quella bellezza interiore che per anni mi ha sostenuto. Grazie di nuovo.

Chi sei

Pensa se esistesse un posto. Dove i confini sono introvabili e tu sei il teatro infinito delle cose. Pensa se esistesse un posto. Dove nessuno ti giudica. Dove non esistono scadenze. Dove sei la bambina con un pupazzo in mano. Dove le case hanno arcobaleni al posto dei tetti, e gli amici girano intorno agli occhi come gabbiani. Dove domani è oggi, e ieri è ancora qui. Dove ogni lacrima diventa cristallo, e dove i rami degli alberi sono stecchi di liquirizia. Pensa se esistesse un posto. Dove scivoli sull’acqua e ti basta una mano per aggiustare tutto. Dove il cielo è una striscia blu come nei disegni, e sei tu a scegliere fin dove arriva. Dove le domande non esistono e i desideri sono liberi, cani sciolti, vento e neve. Dove nessuno ruba niente, e il corpo è una fata leggera. Pensa se esistesse un posto. Dove la parola è senza inchiostro né voce e sei già, sempre, udita. Dove puoi cambiare idea, essere incoerente e imperfetta. Volubile eppure sicura. Dove gli sbagli: non si chiamano «errori». Dove i bisogni dormono senza chiamare. Dove tua mamma ti pettina i capelli. E tuo papà ti porta sulle spalle. Pensa se esistesse un posto. Dove sei grande e bambina, tutto nello stesso momento. Figlia, e madre. Senza distinzione. Dove non c’è fretta perché non c’è il tempo. Dove sei con tutti e con nessuno, perché non c’è luogo. Dove l’immaginazione è verità, e il pensiero vapore che si perde. Pensa se esistesse un posto. Dove non c’è la forza di gravità, né la gravità delle forze. Dove i tuoi gusti, le tue opinioni, le tue battaglie, si sciolgono come le onde si disfano nel mare. E tu resti mare. Dove gli scogli sono tratti di matita. E tu un disegno che si disegna da solo. Pensa se esistesse un posto. Dove la libertà non è quella degli uomini, ma somiglia alla liquidità dell’aria, e i graffi della vita sono scie di aeroplani. Dove i confini sono introvabili e tu sei il teatro infinito delle cose. Dove sai tutto e non hai bisogno: di sapere niente. Dove sei tutto e non hai urgenza di essere nessuno. Questo «posto» esiste. È un punto magico in mezzo al petto ed è come la maglia: quando impari a entrarci lo slarghi. Ma è sempre stato immenso. È sempre stato chi sei. [Photo by Mishal Ibrahim on Unsplash]

Chi si arrende non si è arreso

Riapro Alice, un mio romanzo lasciato per la Chiamata. Ciao vecchia me. Almeno sei qualcosa. Forse ho creato la convinzione falsa che se faccio Alice perdo dio. Quanto dolore a riaprirlo. Il fallimento di tornarci. Il fallimento di lasciare. Il silenzio, in tutto. Nessun suggerimento da dove. Io scrivevo da dio. Che cosa vuoi fare di me, dio? Davvero devo mollare tutto, o è un altro inganno mentale, che aspetto chissà cosa e mi brucio quello che ho? Da dove viene tutto questo dolore? Sono sfinita e chiamo. E non arrivi. Se sono io che non ascolto, be’ allora grida più forte. Mi vuoi vedere in ginocchio? Quale amore vuole vedere l’altro o sé stesso in ginocchio? Le ultime sere non ho fatto che inventarti. Nel silenzio di orecchie chiuse dai tappi, in quel sordo bombardamento del cuore, non ti sentivo: ti immaginavo. Dovevo dirmelo, che quella forza dentro sei tu e non sono io, dovevo cercare di diventarci e non mi riusciva. Ero sempre una testa come una comare al poggiolo, che guarda di sotto. E quando poi mi aprivo era solo diluirmi in un’altra amnesia. Il nulla era davvero nulla, senza una vibrazione di presenza, di vita, di suggerimento o speranza. Niente. Devo ricordarmelo a memoria, che tutto è amore. Dicono che quando sei sfinita smetti di lottare, ed ecco la resa. Quante rese vuoi? La resa: vuol dire che mi rendo a te, torno a essere vita, torno fuori dal ventre noto, rassicurante e velenoso della mente, ai suoi coloriti, alle arterie dei pensieri e dei fantocci mentali. Ma ne resta sempre uno: quello che cerca te. Quello che poi si arrende e, paradossalmente, arrendendosi esiste ancora. Chi si arrende non si è arreso. Non si è ancora restituito alla Vita. Non è ancora sceso da sé stesso. [Photo by Nishaan ahmed on Unsplash] Più tardi, lo stesso sabato Ho messo via gli appunti di scrittura, il romanzo di Alice. Obbedisco al pick a card su YouTube che provvidenzialmente titolava "Stay or go", al suo promettente andare, a quella coppa offerta dallo spirito, smetti di chiudere gli occhi, avrai il mondo in mano, le nozze col destino. "Feel free to go". Ho preso quei fogli, li ho rimessi nella busta, e poi in quel grande raccoglitore ad anelli. Piango quasi disperata. Bacio quel folder. Sulla copertina cerchi rosa: “Smile”. Mi arrendo all’evidenza di togliere, di andare avanti, di seguire il melt e il divino come priorità. Mi arrendo all’evidenza che da due mesi il romanzo è fermo e non ho più sentito di poterlo editare. Mi arrendo all’evidenza di appunti rimasti muti e inutilizzati a ingombrare lo scrittoio. È devastante. Quante altre cose mi dirai di lasciare? Ciao me, ciao madda che scrivevi e che in quei lavori hai messo tanto. Buon viaggio, piccola. (22 maggio 2021)

Chiamiamo "realtà" ciò che percepiamo

Chiamiamo realtà ciò che percepiamo. Ma ciò che percepiamo è solo ciò che accade come percezione Sulla base dell'esperienza della percezione, emergono queste riflessioni. Di nuovo, torniamo all’illusione del significato: questa è tale non solo riguardo le situazioni, che interpretiamo di continuo, ma per tutto. Sia per quanto riguarda l’ego e l’identità, sia i pensieri, sia le emozioni, sia la materia, sia la separazione: sono tutte convinzioni. Abbiamo deciso che la materia sia solida, che i cinque sensi dimostrino la realtà. Abbiamo deciso che percezione=realtà. Nel momento in cui realizziamo che la percezione è soltanto una percezione che accade e smettiamo l’identificazione nei cinque sensi, la materia (e anche il corpo) smette di essere differenziata da ciò che non è materico, il pensiero risulta puro accadimento che viene percepito, un rumore, un oggetto, il tatto del cuscino, sono percezioni; l’io è puro pensiero che accade a sua volta nello spazio ricettore, che percepisce. Tutto è solo percezioni. E cos’è questo tutto che percepisce? Qualcuno lo chiama vuoto, qualcuno mistero, qualcuno coscienza, qualcuno dio. Ti avvedi allora che l’io è puro pensiero, idea, cosa che avevi già sperimentato e che puoi comprendere anche con il buonsenso ma che l’identificazione permane perché sei ancora convinto che l’accadimento dimostri la realtà. Una volta visto che l’io è un pensiero, non puoi forzarti fuori dall’identificazione finché non sciogli l’equazione: “percezione=realtà”. Una percezione è solo percezione che accade. Percepisci un asciugamano quando ti asciughi le mani, percepisci le mani, percepisci un pensiero, percepisci il pensiero “io”, percepisci il corpo, l’accadimento del corpo. Se riesci a considerare ogni percezione come puro accadimento, senza significato né possesso, nemmeno il significato “questo è il mio corpo”, senza quasi soggetto, ossia se riesci a non attribuire significato non solo all’evento, alla situazione, ma anche alla soggettività della percezione dell’evento stesso, non esisti più come “io” ma come spazio in cui ogni cosa è percepita. Ti accorgi anche che la realtà è legata solo alla percezione, senza quella percezione quell’oggetto non esiste più. La realtà è solo percezione, quindi relativa. Non c’è più niente di dimostrabile. Nulla. Di reale resta solo questo spazio infinito in cui vanno e vengono percezioni che chiamiamo realtà ma che non dimostrano nulla. Allo stesso modo il pensiero “io” non dimostra nulla: accade. L’io ha tanta paura di non esistere, di cadere nel vuoto, ma singolarmente accade già nel vuoto, è già sospeso, è sempre in caduta. Non esiste niente: solo percezioni nella coscienza. Quando si dice che nel Risveglio devi lasciare tante convinzioni, non si fa riferimento solo a “io non valgo”, “io sono il mio corpo”, “si lavora per vivere”: ogni convinzione, perfino quella più insospettata, si disfa. Perfino quella di esistere. Ogni cosa, ogni percezione, è un punto che accade nel vuoto. Chi ha paura di cadere fuori dall’idea e la considera solida è un’altra idea. E queste idee sono solo percezioni, che accadono già nel vuoto, fatto di coscienza nella coscienza. Come si vede, possiamo non dare significati alle circostanze, ma esistono significati così identificanti che non ci accorgiamo di avere, in cui siamo del tutto incistati. Per esempio la percezione del corpo significa soggetto. Mentre di fatto è solo una percezione che accade e alla quale abbiamo deciso di dare l’illusione di soggetto. L’immagine di sé, è idea. Accade, non dimostra niente. Che io sono questa che scrive, è un’idea. Di fatto, sta solo accadendo un’azione, ma siccome ho creato l’idea (o obbedito alla convenzione) che io sono il mio corpo e mente, dico che “io sto scrivendo”. Non c’è nessun io: posso dimostrare che ci sia? Posso dimostrare che la materia è solida? Posso dimostrare che le cose sono reali? È percezione, non realtà. Chiamiamo realtà ciò che percepiamo. Ma ciò che percepiamo è solo ciò che accade come percezione. Certe cose sono socialmente convenute dunque sembrano più reali (solidità della materia, io, soggetto, corpo, spazio e tempo, luoghi…) mentre altre sembrano più soggettive (un ricordo, una storia, il modo in cui percepisco un panorama o mi relaziono a un fatto o persona, o come avverto una sensazione corporea), oppure culturali. Ma si tratta sempre di percezioni. L’unica costante è lo spazio in cui accadono le percezioni, inclusa la percezione di soggetto. Puoi rilassarti: nulla è reale, tranne questo vuoto in cui accadono le percezioni. L’io non può cadere perché è già sospeso nel vuoto. Sta già cadendo. Non è solido. Né appoggiato da nessuna parte.

Cos'è la fede

Cosa può essere mai sopportabile, se non ci sappiamo amore? Noi siamo amore, non siamo peccato. Il peccato è non ricordare che siamo amore. Il peccato perdura perché ci poniamo da peccatori indegni. La fede è il contrario: è il bambino in braccio alla madre. Il bambino non pensa “devo essere migliore”, semplicemente succhia il seno appagato. Quando comincia a pensare di dover essere migliore e rispondente ai criteri del genitore, lì ha già perso l’affidamento originario. Che è senza condizioni. Si è già separato. E la separazione è il dolore più atroce che esista. Allora tutto diventa un impegno a cercare di migliorare per meritare qualcosa che invece è ciò che siamo. Allora potete investire energie per guadagnarvi un amore che già siete, oppure, invece, imparare ad accettare che l’amore non se n’è mai andato. Per farlo dovete capovolgere la prospettiva da esseri indegni a esseri così morbidi e certi da non dover esercitare dall’amore difesa alcuna. La fede è questa. Non è credere che un giorno risorgerò. Be naked, Maddalena

Cosa è reale?

“As soon as there is identification as a body in the world you're in an imaginary fantasy production”. Per Shunyamurti - come già osservavo io stessa in La nudità del vivere - si tratta di smettere ciò che ci allontana da ciò che siamo già, in quella che Ramana chiama "immediacy". Shunyamurti afferma che i cinque sensi creano sempre immagini e queste velano la realtà: queste sono evidenze di cui ho scritto molto qui sul sito. Continua: la mente è sempre impegnata a migliorare, ridurre il dolore e aumentare il piacere, nella sua scacchiera, e trovare modi, ma tutto questo ti porta altrove dalla Self Realization. Ecco perché integrare è alimentare il gioco dell'illusione oltre che usare piccole forze quando il Sé ne ha infinite. Dall’illusione puoi spostarti al simbolico, ossia comprendere intimamente come ogni cosa e soggetto sia pregno di messaggi per la tua crescita. Tuttavia questo piano simbolico andrà a sua volta trasceso, perché il Reale è al di là di esso. E con questo riconfermo l’ossessività del lavoro interiore che molti non riconoscono come spia di un blocco, di paura di saltare oltre: finché hai una persona o un livello di coscienza di cui occuparti, sei occupato e puoi rimandare di andare oltre. E siccome le narrazioni dell’ego, i trauma, le ferite e le relazioni animiche sono un terreno perpetuo a questo livello di campo di coscienza, sei al sicuro. In braccio al purgatorio perenne. "If you are in the imaginary you are not going to make it." La realtà materica è l'immaginario, mentre il miracolo eterno è il Reale. Cosa è reale? Vedere un prato pieno di migliaia di piume dopo che mi è stato detto "vedrai spesso piume" e che ho in me l'essenza animica di Earth Angel o altre sincronicità e segnali mostrano come la realtà apparente sia in dialogo col non apparente. Non era forse fiaba quel prato di piume? Eppure c'era più realtà in quella dimensione che ovunque nei concetti. C'è una dimensione sotto la materia che è la Realtà. Il fatto che la materia sembri più reale non è perché "solida", infatti crediamo anche all'ossigeno, e alle idee che abbiamo di noi. Dunque cosa rende così credibile la materia? Solo la familiarità coi 5 sensi e la convenzione sull’interpretazione. In fondo, quando tocchi un mobile, “solido”, non è solido l’oggetto: la sensazione è nelle tue dita, nella mani. È la percezione all’oggetto. Questa percezione tattile la chiamiamo solidità quando la materia ha un certo tipo di densità energetica, e “liquido” quando ne ha un’altra e “gassoso” quando ne ha ancora un’altra, ma sono convenzioni. Tutte le percezioni sono nella tua mano, nel corpo, non proprie dell’oggetto. Sono pure risposte corporee. Non dimostrano nulla, se non un codice socialmente convenuto. Siamo familiari coi sensi fisici e la ragione e non lo siamo con il linguaggio del cuore, con il Vero. Usiamo solo sensi fisici e mente pensante e assumiamo che ciò che essi registrano o dimostrano è reale e ciò che non registrano o dimostrano è irreale. Dunque quando per esempio dormi, dove vai? Fuori dal reale, o forse il reale sussiste anche se non lo registri? L'inganno si supera solo cominciando a questionare non tanto cosa registriamo e cosa no, ma l'assunto che siano corretti gli strumenti, ossia sensi fisici, pensieri e concetti. Non a caso quando mediti sospendi sia gli uni sia gli altri. Eppure non solo "esisti" ma scopri qualcosa di intuitivamente e assolutamente "reale". La sfida dunque è sospettare, scoprire, sperimentare la Realtà sotto l'apparenza della materia. E permettere che il nostro senso di identità trasli dall'apparente all'essenziale ossia a ciò che muove tutto e che è non solo illimitato ma eterno. Questa si chiama realizzazione, liberazione. Non è un sollievo, è svegliarsi dall'inganno dell'apparenza come identità ma anche scoprire che, dunque, la realtà esteriore non è che manifestazione apparente, illusoria perché è, fuori, proiezione della coscienza e dipendente dallo stato di coscienza. È illusione perché non è una e rigida, è solo manifestazione cangiante e multidimensionale del nostro essere multidimensionale: la cosiddetta “realtà” è solo proiezione nella materia apparente (sempre energia) delle nostre energie, non è solida a priori, si forma man mano, man mano "collassa" in materia. E non può esistere, dunque, se non come sincronica, come dialogo incessante con sé stessa. Questo spostamento interessa perciò parallelamente chi credevi di essere (corpo, mente, idee su di te e quello che "ti" è successo, con le emozioni e valutazioni conseguenti) e il mondo circostante (gli altri e la materia). Cominci a vedere tra le maglie, dove le idee di te sono pura narrazione, e la materia (cose, eventi, luoghi, mondo...) lo spettacolo che commenti, che la mente commenta. Ma lo spettacolo è il gioco di chi sei, di ciò che tutto è: l'Essere, l'Uno. In altre parole: la mente commenta lo spettacolo, lo spettacolo è forme dell'essenza, l'essenza è il Reale ultimo, originario: chi sei. Ecco perché senza commenti la materia continua, e senza materia (per es. nelle esperienze fuori dal corpo o nelle trance, o senza interazione con essa come nel sonno) "tu" - coscienza - continui. Se vuoi sapere chi sei sottrai i pensieri, sospendi i cinque sensi, dimentica la materia per qualche minuto e scopri cosa "rimane". Quello che rimane è la sola costante. Questa costante è chi sei. La "costante" sotto ogni apparenza è il Reale, la trama infinita, miracolosa ed eterna di Tutto. Non avere paura di perderti: chi credi di essere non è mai esistito. Video ispiratore: Why stay in the ego?

Dopo ogni stanza già immaginata

Tutto ciò che immagini è ancora un compromesso L’amore, sapere che la realtà è evidentemente apparenza e sogno, che non c’è che coscienza, che l’essenza è amore in ogni forma, permette di non trattenere l’identità formale: allora la meditazione è sempre, tutto ciò che vedi, la società, le sue regole, la necessità di trovarti un lavoro, di cambiare casa, di prenotare le vacanze, tutta la follia dell’indispensabilità si disfa. Rimane solo l’amore. Non c’è altro. Il resto sono costruzioni. Allo stesso modo in cui tutti siamo composti di acqua, cominci a guardare e percepire dall’acqua, non dalla forma. Se la realtà non è solida, anche le leggi sociali non sono così reali, la prospettiva si sposta a una dimensione di coscienza eterna che attraversa questa esistenza. Ho sentito come sto sempre aggiungendo troppo, nulla di ciò che aggiungo è davvero ciò che voglio: se penso a smettere un corso che sto frequentando mi sento persa, ma ho anche notato che stavo già immaginando la giornata, mi alzo, c’è la fase poco piacevole di preparare i figli, poi medito, poi faccio il corso: ecco come la realtà si forma sempre uguale e prevedibile. La realtà è prevedibile perché l’hai già immaginata. Devi lasciare tutto e stare solo nel sentimento di amore, di coscienza. Così ho immaginato di togliere il corso non nel senso “non lo faccio più” ma di non avere impedimenti, nulla nel sentire. Allora la coscienza è coscienza. C’è un’aprirsi, un’espansione. Sfiori il vero desiderio: l’incandescenza dell’amore, cogli che tutto ciò che immagini, sito, speaker, coach o altro, è ancora poco, è ancora condizionato dal sociale, è ancora un compromesso. Che in verità al fondo del fondo di tutto, dopo ogni stanza già immaginata, vuoi essere amore liquido. Amore per le strade, andare in giro e fare come Amma: meno discorsi, nessun concetto, solo amare. La parola è ancora un tentativo. L’amore è contagio. Be naked, unmake yourself in love, Maddalena